Padre Paolo, un uomo che ha dedicato la sua vita ai poveri d’Africa.

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aprile 6, 2016 di vermondo

In occasione del recente ricordo di Padre Paolo B. su Medinforma (*), riprendo il racconto di alcune persone che hanno vissuto insieme momenti della sua lunga vita di missione, per 45 anni, in Sudan e in Centrafrica. Sono il vescovo di Bangassou della RCA, e i padri comboniani Benetazzo e De Angelis.

Breve biografia di Padre Paolo Busnelli: Meda (MI), 13.7.1905 – Negrar (VR), 28.11.1978. Figlio di Busnelli Luigi e Maria Regina. Fratello di Giovanni Battista, Suor Grata e Giuseppe. Ordinato sacerdote nel 1930. Missionario Comboniano che ha vissuto in Africa per 45 anni, prima nel Sudan e poi nella Repubblica Centro Africana (allora Impero Centroafricano) tra i profughi sudanesi fuggiti alle guerre del loro paese di origine. E’ sempre stato sostenuto dai suoi familiari e da molti cittadini medesi che generosamente hanno contribuito alle sue necessità in missione con donazioni. Morto all’ospedale Negrar di Verona, presso la casa madre dei Missionari Comboniani, il 28/11/1978.

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«Oggi, 29 novembre 1978, appren­diamo la notizia della morte di P. Paolo Busnelli. In questa occasione, mi sento obbligato a ringraziare Dio a nome di tutti i cristiani del Sudan e delle nostre missioni del­l’Est per il bene immenso che il buon Padre Paolo ha compiuto nel corso della sua lunga e fruttuosa vi­ta sacerdotale. Noi conserviamo di lui il ricordo di un uomo di Dio, umile, animato da una intensa vita interiore, tutta al servizio del Si­gnore e dei fratelli. In una parola, un autentico missionario che resta un modello per tutti». Queste le parole di Mons. Maanicus, vescovo di Bangassou (Impero Centrafricano), che commemorano la scomparsa di P. Busnelli. Traspare immediatamente da esse il motivo ispiratore che illuminò e guidò il missionario nella sua lunga attività: la dedizione completa al prossimo. 

Una domanda e un incontro

Paolo Busnelli era nato a Me­da (Milano) nel 1905. Orfano di ma­dre sin da tenera età, conosce subi­to la fatica e il sacrificio. Dopo aver frequentato la quarta elementare, in­fatti, lascia la scuola per andare a lavorare in fabbrica. La prima guerra mondiale infu­ria: è un periodo di dolore e di incertezze fisiche e spirituali, ma il giovane Paolo non si scoraggia e continua a frequentare regolarmen­te la chiesa. Nel 1918, in confessione, il cap­pellano gli chiede a bruciapelo: «Ti piacerebbe diventare prete?». Il ra­gazzo, sorpreso, risponde con sem­plicità: «Ci penserò». Dopo una set­timana, di nuovo la domanda da parte del confessore: «Ci hai pen­sato?». Questa volta non ci sono dubbi: Paolo prende con gioia la strada del seminario. Nell’autunno del 1918, dopo aver completato la sua preparazione scolastica grazie alle ripetizioni serali del buon cap­pellano, entra nel seminario di S. Pietro. L’incontro con P. Beduschi, reduce dall’Africa, segna con decisione la svolta missionaria della sua vocazione: nel 1923 egli è novizio comboniano a Venegono.

Tra gli Azande

Ordinato sacerdote nel 1930, P. Busnelli parte due anni dopo per l’Africa. Destinazione: sud Sudan. Vi rimarrà ininterrottamente (tran­ne due brevi vacanze in Italia) dal 1932 al 1964, data dell’espulsione. Lavorerà per più di 13 anni a Yubu, quindi a Naandi, Rimenze e Nzara. Si può ben dire che la sua scelta missionaria furono gli Azande, e che per essi nutrì sempre una partico­lare passione. Conoscitore della lin­gua zande come pochi altri, non si concedeva tregua nel visitare i suoi parrocchiani sparsi in un campo dì lavoro esteso e popolato. Girava in lungo e in largo per il territorio di missione che gli era stato affidato, con i mezzi di locomozione che gli capitavano sottomano: prima in bi­cicletta, poi in moto, quindi in auto. Passava di capanna in capanna, ovunque consolando, ascoltando e di­stribuendo la comunione. Così testi­monia P. Benetazzo: «Poco tempo fa mi sono recato a Yubu: che im­pressione! Ricordando P. Busnelli sembrava gente che rivivesse un so­gno passato e perduto per sempre. Bisogna aver visto Yubu, e aver sentito i suoi cristiani parlare di lui!». L’espulsione dal Sudan piovve co­me un fulmine a ciel sereno, e fu senz’altro un dramma sia per lui che per chi aveva imparato a cono­scerlo e ad amarlo. Eppure, dopo trent’anni di attività in sud Sudan, egli trovò la forza e l’entusiasmo per ricominciare con la stessa dedi­zione in un’altra missione. Con il cuore sempre rivolto ai suoi Azande, P. Busnelli domandò di re­carsi in Zaire, tra la popolazione zande di quel paese, ma le circo­stanze politiche non lo permisero.

Tra i profughi

Nel 1966, comunque, vennero aperte le missioni tra i rifugiati su­danesi zande nel Centrafrica: P. Bu­snelli non esitò a far parte del pri­mo gruppo di partenti. Venne de­stinato ad Agbossi, dove rimase dal 1966 al 1971, prestando assistenza agli oltre 5.000 rifugiati in perma­nenza nel campo profughi. Era gente disperata, che fuggiva di notte dal­la patria per cercare di mettere in salvo la propria vita, con un sem­plice bagaglio sulla testa, piangendo per i cari perduti per sempre. Tut­ti avevano tristi storie da racconta­re, e per tutti P. Busnelli aveva una buona parola, cercando di offrire lo­ro l’aiuto spirituale e materiale di cui avevano bisogno. Chi gli fu vi­cino in quegli anni, può testimonia­re la sua profonda carità. Nel 1971 la sua salute cominciò a risentire degli sforzi e delle fati­che cui era stata sottoposta nel cor­so degli anni di missione: iniziaro­no i primi disturbi al cuore e alla circolazione. Nel giugno di quell’an­no, passò all’ospedale di Mboki, co­me cappellano. Il suo spirito cari­tatevole trovò qui un nuovo fertile campo di azione: l’assistenza agli ammalati. Egli vi si dedicò con assiduità e amore, grazie a quella straordinaria sensibilità e attenzione agli altri che lo contraddistinse fino alla morte. Partiti da Mboki gli ultimi rifu­giati, nel 1973 si trasferì a Obo, sempre nell’Impero Centrafricano. Gli fu affidata la cura delle anime sparse in un raggio di oltre 10 km. Puntualmente, su di un traballante motorino, reso quasi inservibile dall’impraticabilità delle strade, egli par­tiva per visitare i suoi fedeli, por­tare loro la comunione e insegnare il catechismo. Un’attività instancabi­le, cui solo la malattia doveva porre termine.

Un «uomo di Dio»

Nel 1977 la sua salute cominciò a peggiorare. Grazie alle sollecite cu­re prestatigli sul luogo, poté co­munque continuare il suo lavoro. Nell’ottobre 1978 si convinse a la­sciare Obo per trascorrere un breve periodo di vacanza a Zemio, ma qui il suo stato si aggravò ulteriormen­te. Espresse più volte il desiderio di tornare ad Obo, per morire tra i suoi Azande, ma il pensiero di po­ter essere di peso, con la sua malat­tia, ai confratelli di missione, lo persuase a lasciare per sempre l’A­frica e a far ritorno in patria. Mori­va un mese dopo, il 28 novembre, all’ospedale di Negrar, Verona. «Prima di partire per l’Italia – racconta P. Benetazzo, suo superio­re regionale – P. Busnelli venne da me a salutarmi. Mi aspettavo qual­che frase di circostanza. Mi disse invece: “Padre, vengo a chiederle perdono; in lei chiedo perdono ai confratelli tutti e in un certo senso anche all’Africa: io sento di non averla amata abbastanza”. Dopo 45 anni d’Africa! Non seppi cosa ri­spondere, di fronte alla purezza di quel cuore».

«Per molti di noi è stato per anni il maestro di vita missionaria – lo ricorda P. De Angelis, suo amico e confidente – non solo con la paro­la, ma specialmente con l’esempio. Mi ha fatto sempre grande impres­sione il suo spirito di preghiera. Pre­gava devotamente e molto; trovava sempre il tempo per pregare, anche quando era molto occupato. Egli ci ha lasciato un esempio da imitare, come vero uomo di Dio, di profon­da vita inferiore, di grande pietà e di dedizione completa al prossimo». È un esempio che non può essere dimenticato.

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(*) La prima parte dell’articolo di Medinforma: http://www.medinforma.info/index.php?option=com_content&view=article&id=6956:padre-paolo-busnelli-la-moto-e-arrivata&catid=71:parrocchie&Itemid=94

Seconda e ultima parte dell’articolo di Medinforma: http://www.medinforma.info/index.php?option=com_content&view=article&id=6959:padre-paolo-busnelli-masse-profonde-di-popoli-vivono-ancora-nella-idolatria&catid=71:parrocchie&Itemid=94

 

i suoi genitori, Luigi e Maria Regina (e miei nonni):

Meda1-genitori Luigi e Maria Regina

il giorno della sua prima Messa, 1930:

Meda2-giorno prima messa1930

tra la sua gente, nelle capanne:

Africa-missione in capanne

tra profughi e malati:

Africa-missione lebbrosi Africa-missione lebbrosi

le chiese che ha contribuito a costruire come luoghi di preghiera e di formazione:

Africa-missione chiese1

 

 

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