L’ultimo saluto a Francesco, un uomo d’altri tempi.

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giugno 14, 2014 di vermondo

Angelo Francesco Galimberti si racconta nei suoi anni di guerra, dal 1937 al 1949. All’anagrafe registrato come Angelo e poi battezzato come Francesco. Da qui il suo doppio nome di Angelo Francesco. Ultimo di sette fratelli della famiglia dei ‘Campanèla’, in queste sue righe autobiografiche, racconta le vicissitudini di giovane militare, chiamato a combattere per la patria nella seconda guerra mondiale. Francesco è sopravvissuto alle tragedie della guerra, si è sposato e ha avuto due figli, Mariangela che è poi diventata mia moglie e Alberto. Francesco ci ha lasciati ieri, 13 giugno 2014 all’età di 98 anni. Buon viaggio, Francesco.

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“Soldato di leva Galimberti Angelo, classe 1916. Fui convocato a Monza per le visite mediche il 13 maggio 1937 e assegnato al 17° reggimento artiglieria alpina, Divisione Sforzesca. Congedato il 16 settembre 1938. L’8 settembre 1939 fui richiamato alle armi dal Ministero della Guerra su ordine del Capo di Stato Maggiore al 17° reggimento di artiglieria alpina Cagliari. La guerra iniziò il 10 giugno 1940 e fui inviato al fronte francese sul Moncenisio in zona Lanslebourg. Poco dopo, fui rimpatriato in Italia per essere inviato in Albania. Partii da Brindisi con una nave mercantile e sbarcai a Valona il 1° novembre 1940. In quel momento scoppiò la guerra sul fronte greco-albanese e continuò fino all’armistizio dell’8 settembre 1943. Essendo l’Italia diventata nemica della Germania, e non più alleata, tutti i militari italiani presenti in quella zona vennero fatti prigionieri dall’esercito tedesco. Fui catturato e trasportato in Germania su treni, in vagoni chiusi adibiti solitamente a trasporto merci. Per ogni vagone c’erano cinquanta soldati prigionieri. Il treno impiegò 24 giorni per arrivare a Berlino, passò dal confine greco ed entrò in Bulgaria. Durante il viaggio i partigiani facevano saltare i ponti ferroviari costringendo il treno a deviare il suo tragitto per altre vie. Dalla Bulgaria alla Romania giungemmo alla costa del Mar Nero e da lì ritornammo in Bulgaria e poi Ungheria. In questo paese le donne cercavano di distrarre i soldati tedeschi per permettere ad altre di buttare, attraverso i finestrini superiori, il poco cibo che bastava per alleviare un poco la fame. Nel vagone, a turno, venne fatto un buco con rudimentali coltellini per permettere di fare i propri bisogni corporali. Dall’Ungheria passammo alla Cecoslovacchia e poi in Austria e in Germania fino a Berlino. Da qui fummo inviati in prigionia in campi di concentramento formati da 30-40 baracche. In quel tempo dal 27 ottobre 1943 fino al 20 aprile 1945 fummo costretti ai lavori forzati, tutti i giorni. A causa dei bombardamenti sulla Germania di Inglesi e Americani eravamo inviati a ripulire le macerie, disinnescare le bombe ecc. e ci davano da mangiare una volta al giorno o cavoli o rape con pane nero, pieno di umidità, non cotto, da dividere in dieci.

Appena chiamato in guerra pesavo 82 Kg e nel corso della mia prigionia sono sceso a 45 kg. Il 21 aprile 1945 fui liberato dall’esercito russo che a sua volta ci fece prigionieri e ci portò a piedi da Berlino fino a Bukov facendo tantissimi km verso i confini della Bielorussia. Arrivammo alla fine di Agosto e dopo un mese circa, alla fine di settembre, arrivò l’ordine dagli Americani e Inglesi che chiedeva ai Russi di consegnarci alla base americana di Monaco di Baviera. Dagli Americani fummo poi consegnati a Innsbruck al comando italiano per il rimpatrio attraverso il confine tra Austria e Italia. Al passo del Brennero fummo visitati su di un treno ospedale e ci concessero il permesso di andare a Pescantina dove ci rivestirono. I malati gravi furono trattenuti per le cure, mentre gli altri come me, che avevamo subito solo un deperimento organico per mancanza di cibo, fummo inviati prima a casa per salutare i parenti e poi nei vari ospedali militari. Fui inviato all’ospedale di Desio e, dopo altre visite, a Viggiù e a Merano. Poi, fui curato con altri 200 reduci al sanatorio di Sondalo (per la cura della tubercolosi, ndr). Fui messo in licenza nel 1947 e congedato nel 1948 e riconosciuto invalido di guerra nel 1949.”.

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2 thoughts on “L’ultimo saluto a Francesco, un uomo d’altri tempi.

  1. marinabanditelli scrive:

    Mio caro Vermondo, leggo purtroppo solo ora questo tuo bellissimo articolo pieno di amore.
    Condoglianze davvero di cuore in particolare a Mariangela e a voi tutti .
    Mi ha emozionato tantissimo perchè mi ha riportato al mio papà (classe 1922 ultima a partire per il fronte), anche lui sopravvissuto alla 2a Guerra ma con una storia diversa (lui è stato carrista dell’Ariete) ambientata in Africa. El Alamein, dove è stato fatto prigioniero dagli inglesi, …. Tobruk, Quota33….il deserto, la prigionia sotto gli inglesi in un campo di concentramento a Nairobi. Il rimpatrio sano e salvo. La stessa Croce di Guerra……
    Il vostro caro Angelo Francesco e il mio caro Danilo saranno lassù a raccontarsela allegramente.
    Un abbraccio grande e fortissimo. Marina

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